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Gli interventi del Presidente sul quotidiano "Il Mattino" 


LUIGI CELESTRE ANGRISANI

L'articolo

15 giugno 2001  
Sei suicidi in dieci giorni>BR> Tutti cercavano umanità

Sabrina aveva 21 anni, era sposata da pochi mesi. La sera di lunedì scorso, 11 giugno si suicida. E’ il marito a trovarla nella loro casa di Eboli, impiccata.
I giornali la definiscono una tragedia inspiegabile. Nove giorni prima, il 2 giugno, Massimo C.,26 anni, culturista, anche lui di Eboli, aveva fatto la stessa scelta: suicida per impiccagione. E’ inutile chiedersi il perché di una tragedia così dice il sacerdote durante l’omelia funebre. Il giorno dopo, 3 giugno muoiono per suicidio Carlo a Cava dè Tirreni, Alfonso a Sarno e Massimo M. a Lancusi di Fisciano. Carlo ha 46 anni, è professore universitario, si getta dalla finestra davanti agli occhi dei suoi familiari. Si parla di angoscia da debiti, ma poi l’ipotesi viene smentita e l’indagine chiusa. Soffriva di depressione. Alfonso è maresciallo dell’aeronautica, si impicca nel suo garage lasciando, a 36 anni, una moglie e una figlia. Anche lui soffriva di depressione. Massimo di anni ne ha 32, si impicca per una depressione che nasce, sembra, dal non poter sopportare la sua condizione di disoccupato. Da un anno era laureato in Sociologia, ma non riusciva a trovare lavoro. Lo stesso giorno in ospedale muore Luigi. Ha appena 24 anni. Pochi giorni prima si era dato fuoco. Anche lui non sopportava la condizione di disoccupato. Suo padre dichiara ai giornali non voglio che se ne vada in silenzio. Sabrina, Massimo C., Carlo, Alfonso, Massimo M., Luigi sei suicidi in dieci giorni. Coincidenze ? Certo. Ognuno di loro aveva la propria storia, i propri segreti, le proprie disperazioni. Ognuno di loro ha compiuto, a modo suo, un gesto incomprensibile, improvviso, estremo. Forse è stato solo un maledetto inizio di giugno. Ce lo auguriamo tutti, magari in silenzio. Ma forse ha ragione il padre di Luigi quando rifiuta il silenzio. Forse dobbiamo avere il coraggio di chiederci se c’è o no un dannato, invisibile, filo rosso che lega questi fatti. Un filo rosso che li pone al di là della dimensione del profondo dolore intimo, familiare. Che li fa diventare per noi tutti qualcosa di più di una notizia di cronaca, che ci coinvolge, ci commuove, ma che dimentichiamo in un giorno. Io credo, temo, che questo filo rosso ci sia. Mi spiego. Ciò che colpisce di più è che in tutte queste sei storie quello che è accaduto non era prevedibile. Non parliamo di storie di disperazione, di sofferenza manifesta, di solitudine. Non parliamo di condizioni di emarginazione, ai limiti della sopportazione. Parliamo di persone normali, come ne incontriamo ogni giorno. Il dubbio è proprio questo: forse è la società in cui viviamo ad essere meno normale di quanto dovrebbe. E’ una società che impone ritmi, risultati, competizioni, ansie. La persona viene dopo tutto questo. E farcela non è sempre facile. Anche perché si è, o ci si sente, soli di fronte a montagne da scalare. Soli nonostante la famiglia, glia amici, i parenti. Incapaci di vincere una sfida che in fondo non è la nostra. E’ questa società che mi spaventa. Senza banalizzare, senza ridurre drammi personali complessi a schemi sociali, per carità. Però mi spaventa che dietro possa esserci una società dell’individualismo, dell’ognuno per sé, della ricchezza e dell’affermazione sociale come parametro di giudizio. E, soprattutto, dell’indifferenza. Mi spaventa una società che crea depressione. Per mancanza di lavoro, per mancanza di servizi, per mancanza, al limite, anche di un semplice cinema in una città con migliaia di abitanti. Per mancanza di solidarietà e, se mi permettete una parola purtroppo usata sempre meno, per mancanza di umanità. Sei suicidi in dieci giorni sono una drammatica coincidenza. Forse. Ma anche dalle coincidenze possiamo imparare molto, se ne abbiamo il coraggio.

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